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4 Novembre 2023Per noi che avevamo un Natale tiepido, senza freddo con la neve fatta di batuffoli di cotone spelacchiati; per noi che a casa non avevamo i camini, ma i forni in pietra dove si cuoceva il pane e nessuno sarebbe riuscito a calarsi dentro ai comignoli stretti per finire dentro a un forno; per noi, la notte dei regali era quella del primo novembre.

Il due novembre, ai piedi del letto, trovavamo i regali che i defunti della famiglia ci avevano portato come testimone di un legame affettivo che andava oltre la morte. I morticini arrivavano nel cuore della notte e lasciavano: giocattoli, dolci, soldi e anche maglioncini, sciarpe e talvolta scarpe.
La mattina del due novembre ci si svegliava presto, già felici e tutti avremmo giurato, senza esitazione, di aver sentito quella carezza nel sonno. La carezza del nonno, di una zia, di un parente che veniva da un posto lontano e ci voleva tanto bene da indovinare i nostri desideri. Non era un Babbo Natale qualunque, e soprattutto lo stesso per tutti, noi avevamo i nostri morticini personali.
La mattina del giorno dei morti si andava in piazza o nei cortili o semplicemente per le vie dove si giocava ed era tutto un brusio di commenti e risate per i regali ricevuti, poi c’era la visita al cimitero con tutta la famiglia per ringraziare i morticini.
Tanti ma, ahimè, tanti anni fa, il due novembre, trovai ai piedi del letto, da parte di mio nonno morto qualche anno prima, una bambola che era più alta di me, aveva dei bei capelli neri e un vestito da spagnola. Era risaputo che le bambole non erano tra i miei giochi preferiti, ma forse il nonno aveva indovinato cosa mi piaceva delle bambole… e quella, la spagnola, mi guardava in attesa che io potessi giocarci per bene. Prima feci un buchino nella plastica della confezione, poi, casualmente, si ruppe la grande scatola rossa, alla fine, fu inevitabile tirare la bambola fuori dalla sua scatola protettiva. Mia mamma mi aveva proibito di romperla, ecco… come avrei fatto a giocarci… senza romperla? L’unica cosa da fare, era aspettare che mia mamma dimenticasse l’ordine… e poi, romperla per caso, sì, proprio per caso. Il caso accadde un pomeriggio di qualche settimana dopo, con un colpo secco staccai la testa dal resto del corpo e finalmente riuscii a vedere dentro la testa della spagnola. Lo avevo immaginato, aveva degli occhi azzurri bellissimi. Guardavo dal buco del collo, soddisfatta, i riflessi azzurri che illuminavano l’interno della testa dove spiccavano i punti neri dei capelli cuciti. Quello era divertente, giocare con i riflessi della luce che dagli occhi di vetro colorato entravano dentro la testa cava. Il resto della bambola giaceva inerme, l’avrei messa insieme agli altri monconi, dentro la cesta. Dopo la spagnola, negli anni a seguire, i morticini mi portarono una cucina in miniatura, di metallo, con tutte le pentole e gli accessori, un treno elettrico con i binari che ebbero breve vita, era troppo monotono, e finalmente una scatola con l’occorrente per fare l’investigatore, quella volta i morticini ci avevano preso sulseriamente, c’era la lente d’ingrandimento, la pinzetta per prendere gli indizi, le bustine trasparenti, un taccuino, una matita e una piccola pistola.
Ci fu una cosa che desiderai ardentemente per anni. Ogni due novembre aspettavo che i morticini si accorgessero quanto desiderassi la macchina da scrivere che ammiravo tutti i giorni e che stava nella vetrina del negozio vicino alla scuola. Era arancione con tutti i tasti neri, aveva pure la custodia con su scritto Olivetti, era davvero magnifica. Speravo che prima o poi, qualcuno dei morticini si accorgesse di quel desiderio, ma evidentemente quando mi fermavo davanti alla vetrina i nonni erano distratti… ed ero troppo orgogliosa per chiederla direttamente ai miei genitori, quindi, non ebbi mai quella macchina da scrivere.
Crescendo la magia della notte del primo novembre perse l’attesa del dono, perché la mattina i nonni vivi e i genitori provvedevano a regalarci soldi o qualcosa che ci serviva, ma ciascuno di noi, ormai grandi, continuava a sentire, nel cuore della notte, una carezza segno di un amore che non finiva con la morte ma continuava in qualche modo sconosciuto eppure, semplicemente c’era.
Maria Carmela Miccichè