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Paola Dantoni ci porta a riscoprire in PILLOLE la storia della nostra città, Scicli (RG), e dei suoi tanti tesori archeologici, poco conosciuti e non valorizzati.
LA GROTTA MAGGIORE: L’ETERNA GUARDIANA DELLA CITTÀ

Osservando al di sopra dell’ospedale “Busacca” di Scicli (RG), alla destra di questo, è possibile scorgere
una grande cavità: la Grotta Maggiore (o del Mangione), conosciuta anche come “a rutta maggiuri”.
Nascosta dietro qualche arbusto questa grossa cavità cela a tutti il suo fascino.
Si tratta di una delle più importanti grotte naturali di interesse archeologico presenti nel territorio di Scicli, conosciuta soprattutto dalle persone più anziane, ove fra l’altro si narra che un cunicolo conduce fino al sito del “Mulinu u ponti”.
Questa grotta di natura carsica fu interessata da scavi clandestini nell’800.
Nel 1945 l’archeologo italiano Luigi Bernabò Brea (Genova, 27 settembre 1910 – Lipari, 4 febbraio 1999) fece i primi scavi, portando alla luce reperti di grande importanza.
Vista della Grotta Maggiore (evidenziata dal cerchio nero, fonte Google Maps)
Per chi raggiunge la cavità in alto lo spettacolo è assicurato, non solo dal panorama mozzafiato sulla
città, ma soprattutto da una grande apertura che come un abbraccio materno accoglie i suoi curiosi
visitatori all’interno.

Ingresso al cunicolo (foto Emanuele Caschetto)
Ad un tratto si rimane colpiti da una piccola apertura sulla parete di fondo. Avventurandosi
all’interno di questa, solo per esploratori professionisti con una strumentazione adeguata, si scopre
una struttura parallela formata da un cunicolo intervallato da vani, alcuni dei quali molto alti. Il
cunicolo, però, è possibile percorrerlo solo strisciando a causa dell’altezza e dalla larghezza molto
esigue.

Nei pressi dell’apertura più grande, immediatamente alla sinistra di questa, si apre un apertura più
piccola, la cui struttura interna è poco conosciuta.
La grotta da sempre è stata considerata un sicuro rifugio ed un punto di riferimento. Infatti le prime
testimonianze certe risalgono all’ Età del Rame (3500-2200 a.C.) e attraversando un arco
cronologico molto ampio, giungono al periodo Ellenistico.
Alcuni dei materiali rinvenuti sono custoditi al museo Belgiorno di Modica, di altri invece, purtroppo, si è persa notizia.

La frequentazione della grotta per un arco cronologico molto ampio fece ipotizzare inizialmente un
uso abitativo da parte di gruppi di pastori nomadi. Per l’Età del Rame, inoltre, nel territorio ibleo
occidentale i frammenti sono molto sporadici, quindi la Grotta Maggiore si pone sicuramente come
una fonte inestimabile di informazioni. I pochi siti appartenenti a quest’epoca testimonierebbero il
passaggio da un’economia agricola ad una pastorale con una conseguente rarefazione dei siti.
Nei periodi successivi, invece, non si può escludere un uso cultuale anche per via, probabilmente,
dell’ottima visuale della grotta da ogni parte della vallata.
Da sempre quindi la Grotta Maggiore ci osserva con il suo sguardo silenzioso e misterioso, ma
sempre magico ed affascinate, rivelandosi all’osservatore che dal basso, alzando gli occhi al cielo,
la incontra.
Paola Dantoni
Credit:

Paola Dantoni è laureata in Archeologia presso l’Università degli Studi di Catania ed è iscritta alla scuola di Specializzazione in Beni Archeologici con sede a Siracusa.
Nel 2018 ha partecipato alla prima sezione di scavi al Castello dei Tre Cantoni sito sul Colle San Matteo a Scicli (RG). Nell’estate 2021 ha partecipato alla campagna di scavi a Pompei. Dal 2019 fa parte del team di “Agire”, cooperativa che gestisce e valorizza turisticamente i Siti Culturali del Comune di Scicli.