
Festeggiamenti SS Salvatore a Jungi. Programma 2020
16 Giugno 2020
Scicli Differenzia. Dal 7 luglio sarà operativo il nuovo calendario per la raccolta differenziata
27 Giugno 2020Sono tanti i riti, le usanze e i vecchi detti dedicati alla giornata di San Giovanni come per esempio il rito di “togliere il sole” che poteva essere tramandato solo nel giorno predetto.
Un altro dei vecchi riti che ritornano alla mente dei più grandi, come ricordi di bambine, sbiaditi ma belli, è quello del battesimo delle bambole!
Il giorno di San Giovanni è una giornata di riti e credenze. Il rito del battesimo delle bambole.
Il “battesimo delle bambole” era un’antica tradizione che si rinnovava ogni anno nel giorno di San Giovanni, il 24 giugno appunto.
Il rito consisteva nel realizzare delle bambole con materiali poveri e della terra o recuperare delle vecchie bambole. Si prendevano le bambole più belle e chi ne aveva una cercava di mettere un vestito nuovo.

Dopo aver creato dalla materia più povera la bambola più amata, mancava l’ultimo tocco, il più importante: bisogna soffiarle un’anima. Una volta nata, la bambola aveva bisogno del primo gesto sacro della sua lunga vita: il battesimo con tanto di rito e madrine!
Quindi si cercava la comare. Per avere una degna madrina del proprio bambolotto c’era bisogno di qualcuno di cui potersi fidare: prendersi cura di una nuova vita è un fatto di responsabilità!
In genere si era 5-6 compagnette. “Io lo faccio a te tu lo fai a me…” (la comare) e poi si andava in chiesa. Se era chiusa davanti alla porta.
La proprietaria della bambola, in qualità di “madre”, e la migliore amica, in qualità di madrina, andavano nelle chiese di Scicli ove tutte le altre madri e madrine del paese, sfilavano lungo le strade, fiere delle loro creature ed emozionate di ripetere l’antico rito propiziatorio per la fertilità, di tutte le cose che si preparano a nascere sulla terra dopo il Solstizio d’Estate.
Il rito del battesimo delle bambole raccontato da una ex bambina
<< ll 24 giugno, giorno di San Giovanni Battista, era un’esplosione di colori, di odori e di sapori. Solo chi ha vissuto quel giorno capisce veramente che ciò che dico non è un’iperbole. Era soprattutto la festa delle ragazze fino ai 14, 15 anni ad anche altre. Era il giorno del battesimo delle bambole, si “vattìavunu ‘i pupe”, si diventava “cummàri ‘i San Giuvanni”, quasi un secondo vincolo di parentela che, nel tempo, diveniva indissolubile >>.
La giornata iniziava in modo frenetico, tutte preparavano “i pompe” per il battesimo del pomeriggio fatto davanti alla fonte battesimale della Chiesa dei Cappuccini. Era una vera e propria funzione religiosa…o quasi.
Per me era il giorno in cui ero autorizzata ad allontanarmi. Si andava anche nella chiesa di S.Maria del Gesù o in chiesa madre. O se erano chiuse dietro la porta di Santa Teresa.
In questo rito non era contemplato il parroco: magari si prendeva un po d’acqua all’entrata della chiesa…
Le ragazze più piccole, che non potevano andare fino ai Cappuccini, si recavano, vestite da verginelle (indossavano il vestito della prima Comunione che normalmente facevano tra i 6 e 7 anni) con alla testa del corteo “nu palu i ‘nterra” che fungeva da croce, alla “Mmaculatella” e davanti alla Madonnina si consumava anche la cerimonia del battesimo.
Sia in Chiesa (cerimonia solenne) che fuori, tutte usavano le stesse parole e gli stessi gesti: le ragazze, tenendosi per il mignolo, si strappavano un capello per ciascuna e lo liberavano in aria contemporaneamente dicendo queste parole:
“Simu cummàri,
si avimu ‘na cosicella ni l’avìmu i spàrtiri”,
poi sollevando per tre volte le mani legate dai mignoli, cantavano allegramente:
“Cummàri ‘e San Giuvanni,
vattìamu ‘sti panni,
i panni e li pannizzi,
a Madonna ccu li trizzi,
li trizzi ‘ncannulati,
a Madonna da pietati”

Vedere quelle fanciulle in processione, vestite di semplicità e di cielo, con le ciliegie rosse come grandi perle appese alle orecchie e sul petto un mazzetto di “piriddi i San Giuvanni” legate con un nastrino colorato e appuntato a mo’ di spilla e con le labbra scarlatte pitturate con le more nere del gelso, era semplicemente entusiasmante e commovente oltre che coinvolgente.
Durante questa “processione” si notava, come accadeva la domenica delle Palme, chi “poteva” e chi “non”, ma ciò non era da ostacolo alla cerimonia. Chi non aveva una bambola bella e “buona”, aveva la sua “pupa i pezza” fatta in casa, agghindata con variopinti vestiti cuciti a mano con i ritagli di stoffa che le stesse ragazze confezionavano sotto la guida esperta delle loro mamme o delle sorelle maggiori, vere e proprie “mastre”, e che spesso guarnivano con trine fatte all’uncinetto.
Le mie sorelle più grandi ormai avevano superato l’età del comparaggio (ricordo!), ma possedevano la materia prima molto richiesta: le bambole. Erano, infatti, proprietarie di due bellissime bambole che aveva portato loro da Asmara mio zio alla fine della seconda guerra mondiale, di ritorno dalla prigionia.
Clara, poi, le aveva ereditate, per cui era, nel nostro quartiere, una molto contesa “comara”.
Era, come dicevo, tutta una giornata piena di colori, ma nel pomeriggio anche di odori e di sapori.
Il rito del battesimo era così serio che nelle case in cui si “festeggiava”, veniva preparato anche un piccolo buffet fatto soprattutto e quasi esclusivamente con la ciambella di pan di spagna. “Ci facevamo preparare un dolce ciascuno e festeggiavamo. Un anno ciascuno. Quindi capitava solo una volta. Poi si cresceva”.
Il ritorno a casa quindi era colmo di gioia e tutti aspettavano l’arrivo delle comari per i festeggiamenti. Delle torte, a fine festa, non rimanevano neanche le briciole. Venivano presi d’ assalto velocemente e divorati anche i cesti strapieni di albicocche, ciliegie, more bianche e le i piriddi (le perine) di San Giovanni.

Eravamo talmente “priati” che dopo il “ricevimento “portavamo le bambole dai parenti o dagli amici più intimi accompagnati dalle comari e la figlioccia (a pupa).
Poi via con i canti e danze fino a sera quando si cominciava a discutere sui preparativi da “vamparita” dei SS. Pietro e Paolo.